“L’angelo del tempo trascorso”
(in ricordo di Vittorio Monaco)
E’ bello ricordare Vittorio Monaco nel contesto del Premio Filomena Carrara. Un contesto nel quale sono presenti molti amici che l’hanno stimato, apprezzato e gli hanno voluto bene. Al premio Vittorio è stato fortemente legato fin dalla prima edizione: ricordo che aveva accolto l’idea di Benigno con l’entusiasmo che solo lui sapeva esprimere per le iniziative nelle quali si coinvolgeva. E’ stato membro della giuria, del comitato organizzatore, ha collaborato alle pubblicazioni con suoi scritti e poesie.
In questa sede ci sono oggi anche persone che non hanno conosciuto Vittorio Monaco e quindi è giusto e doveroso ricordare chi è stato, quello che fatto, a prescindere dal legame che a lui ci unisce. Vittorio, soprattutto oggi che non c’è più, appartiene a un mondo più ampio di quello costituito dalla famiglia e dagli amici. Ci ha lasciato un patrimonio di scritti che appartengono all’umanità e spero tanto che saremo in grado di consegnarlo e farlo conoscere - nel modo più appropriato e opportuno - a quante più persone sarà possibile.
Era nato a Pettorano nel 1941, durante la seconda guerra mondiale. Gli anni dell’infanzia e adolescenza sono quelli difficili dell’immediato dopoguerra. Pettorano, già colpito dalla prima grande emigrazione transoceanica, è ancora un paese popoloso, intensamente animato dalle 4000 persone che ancora lo abitavano.
Pettrane eva Pettrane! Quanta gente!
La vita ruceleva ‘ma na rota,
i muerte avane diece e i nete ciente.
e ancora:
la seira eva na festa de quatrale;
la gioventù tu la truive a morre
(da Castagne Pazze, 1977)
Quella vitalità intensa, il brulicare di persone che abitavano le vie e le rue di Pettorano, Vittorio la richiamava spesso nelle passeggiate notturne per il paese: ricordava i nomi delle famiglie e dei singoli individui che avevano riempito case ormai chiuse e, ogni volta, si meravigliava delle tante persone che vivevano in abitazioni ristrettissime, fatte di una o due stanze appena. E la rua, la strada, lo slargo, diventavano inevitabilmente gli spazi costantemente animati di una vita forzatamente promiscua.
L’emigrazione, che riprendeva i suoi percorsi negli anni cinquanta, ha spopolato il paese, tanto da far dire a Vittorio:
La migrazione è stata ma na uerra:
une s’è muerte e n’autre s’è perdute.
De tanta gente che ce steva e tanta,
Pettrane s’è redotte a puache a puache,
no nu paese, ma nu Campesante.
(da Castagne Pazze, 1977)
L’emigrazione non a caso è uno dei contenuti centrali della sua poesia. Un tema molto presente nelle prime raccolte, rimasto sullo sfondo in tutta la sua produzione letteraria, per riemergere prepotentemente negli ultimi anni con la raccolta Microstorie e il saggio dedicato all’emigrazione italiana nella tradizione del canto popolare. Sembra un tornare indietro, ma in realtà Vittorio lo fa per parlare dell’oggi, quando, seguendo i percorsi attuali delle migrazioni, anche la sua “canzone” diventa “clandestina”:
cellocce spièrte, uèmmene e uejjune,
uècchie de vrite, carne de nesciune…
che
Lassa la fame e cèrca la speranza
(Canzona clandestina, in Migrazioni a cura dell’Associazione Voci e scrittura)
E per ricordarci, “se mai ce ne fosse bisogno, che ieri come oggi, nonostante l’incorporazione delle masse nella cosiddetta cultura dell’abbondanza, la povertà è grande, il digiuno non è una pratica ascetica e i viaggi della speranza non sono crociere nel Mediterraneo. E che, dietro i discorsi che parlano di migrazioni solo in termini di cifre e di statistiche, c’è la vita degli emigranti: ci sono le loro autobiografie negate”. (Microstorie, 2008)
E’ ancora l’emigrazione il tema dell’ultimo intervento pubblico di Vittorio all’Auditorium dell’Annunziata a Sulmona per la presentazione del quaderno dell’Associazione Voce e scrittura sulle Migrazioni. Un discorso bellissimo - nonostante la malattia e il dolore - nel quale emergeva, con l’abilità oratoria di sempre, tutta la forza delle convinzioni di un’intera esistenza.
Quelle convinzioni ricantate, dopo trent’anni, nella raccolta Microstorie:
vecchi versi tornati sulle carte,
(….)
Ma versi chiari, scrittura di parte,
echi di una vita ora dissolta
e sogno di una cosa ancora vera.
Nella sua giovane esistenza Vittorio Monaco aveva studiato al liceo classico di Sulmona e si era laureato in lettere a Roma con Alberto Asor Rosa, già allievo di Natalino Sapegno. Cominciò a insegnare prestissimo, per un breve periodo alla scuola media di Pettorano e poi, per vent’anni, alle scuole superiori di Sulmona (Liceo scientifico e Istituto tecnico) prima di diventare Preside dell’Istituto Tecnico dove è restato fino al pensionamento.
Vittorio Monaco “insegnante” lo è stato veramente, nel senso che ha lasciato il suo segno su generazioni di studenti di Sulmona e della Valle Peligna che sono rimasti legati a lui come ad un maestro di altri tempi. E’ stato un docente fuori dagli schemi e spesso fuori da quelle regolette che tanto infastidiscono gli studenti. Molto anarchico e qualche volta autoritario, sempre rigoroso nella sostanza dell’impegno che richiedeva nello studio. Il rigore di Vittorio Monaco, che imponeva a se stesso e agli altri, è spesso sottovalutato. La sua capacità di mettersi alla pari con gli studenti, il clima di convivialità che sapeva creare nella classe, la sua personalità forte e debordante, l’abilità con la quale sapeva affascinare l’uditorio, la sua cultura non comune, l’interesse e la passione che riusciva a suscitare negli studenti, la trasgressione un po’ ribellistica che faceva parte della sua personalità, finiscono per coprire il rigore con il quale svolgeva il suo mestiere d’insegnante. Molta comprensione e poche regole ma quelle poche regole, quelle essenziali, andavano osservate con rigore. Tra lui e la classe c’era un patto esplicito nel quale venivano definiti punto di partenza e obiettivi – gli obiettivi erano chiari e semplici: imparare a scrivere e conoscere la storia della letteratura italiana - e nel raggiungimento degli obiettivi, oggi si direbbe successo scolastico, ognuno doveva assumersi le proprie responsabilità.
Ho avuto la fortuna, insieme a tanti, di averlo per tre anni come professore al liceo e come amico e compagno negli ultimi trent'anni. Nonostante la differenza di età, era possibile essere amici di Vittorio per la sua naturale propensione a stare con i giovani e per la rara capacità di raccogliere intorno a sé e mettere in relazione generazioni diverse.
Vittorio Monaco accompagnò da subito il proprio impegno professionale con l’impegno politico e culturale, che negli anni diventò anche impegno di amministratore pubblico, oltre che culturale e letterario. Nelle diverse fasi della sua vita, queste diverse dimensioni hanno sempre convissuto, con la prevalenza ora dell’una, ora dell’altra.
“Quel sogno di una cosa” lo portò nel 1968 a iscriversi al PCI di Sulmona e a quel sogno è rimasto legato in tutta la sua esistenza. Ha seguito tutta l’evoluzione del PCI fino ai DS, in un impegno politico sempre più distaccato e scarsamente convinto dell’approdo al Partito Democratico. Ci rimproverava cambiamenti troppo repentini e qualche volta sbrigativi, al contrario lui riteneva che la solida cultura della tradizione dei comunisti italiani non potesse essere liquidata senza sostituire ad essa null’altro. Non aveva atteggiamenti nostalgici, ma la ferma convinzione che la sinistra italiana dovesse avere una solida base culturale e riferimenti ideali che con la liquidazione della tradizione comunista non aveva più. Considerava intollerabili i privilegi e riteneva che l’obiettivo dell’uguaglianza non potesse essere archiviato per sempre di fronte alle ingiustizie e alle sperequazioni enormi tra gli individui. Del PCI era stato dirigente autorevole, candidato alla camera nel 1976 e, qualche volta, con orgoglio ricordava di aver raccolto in Valle Peligna, più preferenze del segretario nazionale Enrico Berlinguer, candidato capolista in quell’occasione in Abruzzo. Con il gusto del paradosso che lo caratterizzava, amava raccontare le tante esperienze delle campagne elettorali e gli scontri politici più forti; qualche volta si lamentava di aver militato in un Partito strano che aveva affibbiato a lui, che era un intellettuale, il ruolo di organizzatore di contadini. Ma Vittorio con i contadini, con gli operai e con tutti coloro che non avevano mai avuto voce, ci sapeva stare e in tante occasioni ha offerto a loro la sua voce, la sua splendida capacità di oratore brillante e instancabile.
Con il Pci, ma in una lista civica dove erano presenti anche socialisti e indipendenti, a Pettorano è stato vicesindaco (1975-80) e sindaco (1980-1987) in un’esperienza amministrativa che raccoglieva un nutrito gruppo di giovani che seppe ricollegarsi alle precedenti generazioni fatte di ex carbonai e taglialegna. Una stagione amministrativa proficua e per certi aspetti straordinaria, dove l’amministrazione pubblica non era solo fatta di opere pubbliche e servizi: era un modo di essere e fare che rompeva con il passato e rinnovava nel profondo un paese.
Vittorio avvia parallelamente una grande azione di recupero delle tradizioni culturali pettoranesi dalla Serenata di Capodanno al Testamento di Carnevale e, via via, tutte le altre. Non è, però, l’azione dello studioso, del ricercatore, è un processo più ampio, fatto di ricerca di senso, di coinvolgimento di un’intera collettività in una dimensione partecipativa, con l’obiettivo di costruire un immagine del paese dove si potesse resistere all’omologazione culturale ed evitare di concepire le iniziative culturali stesse come mero consumo.
La ricerca antropologica nasce essenzialmente dall’indagine di alcuni <<aspetti del mondo culturale della sua infanzia>> quando <<ha smesso per un momento di credere che il vecchio universo religioso della tradizione popolare rurale, (……) fossero solo bizzarrie folkloristiche. E ha voluto cercare in essi il segreto di qualcosa che tutti ricordano, anche quando non sanno di ricordarlo: la dimensione antropologica di “quel quieto abitare dell’uomo tra terra e cielo”, sostenuto “dall’abbandono alle cose e dall’apertura al mistero” (M. Heidegger, L’abbandono). >> (Capetièmpe – Capodanni in Abruzzo).
Anche la sua poesia viene fuori nell’esperienza amministrativa pettoranese.
La prima fu pubblicata nel 1976, sul giornalino “L’Aratro”, si intitolava “I tre cumpere” ed era firmata “se uejiune de l’ammenestrazione” (I ragazzi dell’amministrazione). L’anno dopo pubblicò Castagne pazze, la prima raccolta in dialetto pettoranese, quella lingua che Vittorio ha definito spesso una “lingua morta che nessuno parla e quasi più nessuno comprende”. Poi ha scritto anche molto in italiano ma non ha abbandonato mai il dialetto.
Dopo Castagne pazze Vittorio ha pubblicato: Avame pepe e re (1981); Le vie e iu’ viente (1987); Specie de vierne (1989); Paese d’òmbre (1992) Capabballe e Nevelle (1995); Viata morte per Tonino D’Aurora; Nu paése nevèlle (1997); Le canzone d’iù viènte (1999); Ai Margini (2000); In memoria di Tonino D’Aurora (2001); Vecchi Versi (2002); Ritorni (2003); Ritorni e altre vie (2004) Vie della Memoria (2006) Microstorie (2008) e, infine, Nevèlle e altre vie (2009), uscita postuma lo scorso autunno a cura di Marco Del Prete. (Altre poesie, o versioni diverse delle stesse poesie, si trovano anche in altri testi: Il fascino di un Paese, Poesie e proverbi, i libri del Premio Filomena Carrara). Una delle caratteristiche di Vittorio è la variazione: in molti dei testi pubblicati si ritrovano le stesse poesie che non sono mai uguali. C’è in Vittorio un ritorno continuo sugli stessi testi. La ricerca continua sul verso, sulla parola è il segno di un’inquietudine interna che non si risolve mai. Senza quell’inquietudine, d’altronde, non ci sarebbe stata la sua poesia.
Vi confesso che in questi giorni, pensando a come ricordare Vittorio, sono stato preso dall’ansia di voler dire tutto, ma i tanti ricordi che hanno attraversato la mia mente non potevano trovare spazio in questo breve scritto che è sicuramente pieno di omissioni. Avrei dovuto parlarvi della collaborazione alle riviste (Cronaca e Storia e Nuovi Tempi), dell’esperienza amministrativa a Sulmona, delle sue rinunce a candidarsi di nuovo, delle sue collaborazioni con il Centro studi ovidiano, il Centro studi Carlo Tresca, la Fondazione Silone, la CGIL regionale, le Associazioni culturali De Stephanis e Voci e scrittura. Me ne scuso con tutti.
Prima di concludere vorrei sottolineare due aspetti della personalità di Vittorio per me significativi e credo utili a ricostruirne la personalità ma anche l’opera.
La scrittura in Vittorio Monaco non è stata quasi mai un attività e un’esperienza solo personale/individuale, nasce quasi sempre come progetto culturale collettivo: un convegno, una rivista, una presentazione, un volume collettaneo. Vittorio ha scritto molto, ma in fondo ha scritto molto meno di quanto avrebbe potuto scrivere. La facilità, la chiarezza e la semplicità con le quali sapeva raccontare, gli avrebbero consentito di scrivere molto di più di quanto abbia fatto, eppure, sembra paradossale, in lui c’era un certa ritrosia a scrivere, lo faceva volentieri ma se quel suo impegno era parte di un impegno collettivo. Il libro Capetièmpe – Capodanni in Abruzzo, al contrario di quello che si potrebbe pensare, è nato solo perché glielo abbiamo richiesto, un gruppo di amici lo ha sollecitato a farlo. In fondo anche la sua poesia è nata in questo modo e la poesia in una fase successiva è stato l’unica scrittura alla quale si è dedicato come espressione individuale.
Vittorio non aveva mai un atteggiamento negativo. Lui che pure non risparmiava giudizi nettissimi e stroncature senza appello, aveva molta comprensione per la storia e le vicende biografiche delle persone cha aveva di fronte. Aveva una grande capacità di cogliere un aspetto, una qualità, un’attitudine da valorizzare nell’altro. Ricordo che quando nelle prime edizioni di questo premio si trattava di valutare poesie che qualche volta non erano propriamente opere d’arte, Lui si metteva lì a convincerci che in fondo c’era un verso, un’espressione o una parola appena che secondo lui erano di grande efficacia e che quindi la poesia meritava di essere menzionata. Faceva così in tutte le cose. Quel modo di fare, che qualche volta mi era sembrato una ricerca di mediazione a tutti i costi, ho scoperto nel tempo essere una qualità eccezionale, di grande apertura all’altro. E in questo Vittorio, come ha scritto don Raffaele Garofalo, “era un ottimo lettore dell’animo di chi gli era di fronte, sapeva trarre da ognuno ciò che voleva e su ognuno riversava la parte di sé che l’interlocutore ‘poteva’ accettare”.
Mi piace concludere questo ricordo con la citazione da un racconto di Erri De Luca. Scrive Erri De Luca: “i libri sono il sempre. Chi li scrive può credere di lasciarli ai contemporanei, ai posteri, ma mentre scrive tutto il passato è dietro le spalle a leggere. Se non c’è questo angelo del tempo trascorso, se non c’è il suo artiglio sul collo del poeta, le sue parole sono subito cenere”. Dietro le parole di Vittorio, nei suoi libri, nei suoi versi, c’è sicuramente l’angelo del tempo trascorso ed “è stato bello per me girare la pagina letta e portare lo sguardo in alto a sinistra, dove la storia (della nostra esistenza), continuava”…..
Roccaraso, 18 luglio 2010 (Antonio Carrara)